“Ferro Sette” di Francesco Troccoli

"Ferro Sette" di Francesco Troccoli

A pochi giorni dalla chiusura delle iscrizioni per il XVIII Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico (30 aprile) l´associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, insieme alla Armando Curcio Editore, e´ lieta di invitare tutti gli appassionati alla presentazione del romanzo di fantascienza "Ferro Sette", di Francesco Troccoli. 

L’incontro si svolgera´ venerdi´ 27 aprile, dalle 18.30, presso il Caffe´ Letterario (via Ostiense 95, poco distante dalla Metro Piramide), e vedra´ la partecipazione di Francesca Costantino (Armando Curcio Editore) e di Francesco Grasso, scrittore due volte vincitore del Premio Urania, oltre che dell´autore del romanzo, Francesco Troccoli. "Ferro Sette" e´ pubblicato dalla Armando Curcio Editore ed e´ disponibile in tutte le librerie italiane da meta´ aprile.

La trama del romanzo
Tobruk Ramarren e´ un militare in missione su Harris IV, un oscuro pianeta minerario ai confini della galassia. Qui entra in contatto con una piccola comunita´ di reietti, che custodisce un sorprendente segreto, che rende i suoi membri diversi da tutti gli altri esseri umani. La scoperta cambiera´ la vita di Tobruk, diviso fra la sua indole tenacemente individualista e il suo desiderio di giustizia, che lo spingerebbe a partecipare alla rivolta di questi uomini contro l’ordine costituito e gli spietati interessi economici che lo sorreggono.
"Ferro Sette" e´ un’avventurosa epopea fantascientifica, ma anche un libro per riflettere su un possibile inquietante futuro della nostra civilta´. Un romanzo d´esordio assolutamente convincente, capace di coinvolgere tutti i lettori, appassionati di fantascienza e non.

L´autore
Francesco Troccoli e´ scrittore, traduttore e speaker. Nel bel mezzo di un´invidiabile carriera in una multinazionale farmaceutica, cambia vita per dedicarsi, in gran parte, alla scrittura. Ha vinto e ottenuto importanti riconoscimenti in numerosi premi letterari italiani, tra i quali il Giulio Verne, il Nella Tela, il Trofeo RiLL, l´Akery e lo Space Prophecies. Ha pubblicato piu´ di trenta racconti su antologie e riviste letterarie, ed e´ membro del collettivo di autori "La Carboneria Letteraria". Come blogger firma le pagine di "Fantascienza e dintorni". Quest’anno un suo racconto concorre al Premio Italia per la categoria “racconto professionale”.
(http://fantascienzaedintorni.blogspot.it/).


 

Com’è nata l’idea per Ferro Sette?

Ferro Sette nasce dall’osservazione di quel che sta accadendo nella nostra società, dominata dallo stesso imperativo vigente nella narrazione del romanzo: produrre, produrre, produrre. In particolare, ho cercato di immaginare cosa potrà accadere se lo sviluppo dell’essere umano continuerà a essere condizionato dalla fredda logica che ci attribuisce un’identità basata su quante merci vengono fabbricate, consumate e smaltite, anziché su ciò che ci rende Donne e Uomini, che si colloca a un livello molto più sofisticato e immateriale.

Può spiegare, in un futuro come quello che lei ha ipotizzato, cosa significa la particolare evoluzione che subiscono gli esseri umani e qual è il suo impatto?
Molti romanzi hanno dipinto per l’umanità un futuro nel quale la natura dei mutamenti occorsi è sociale, culturale e antropologica. Io invece ho voluto inventare un mondo nel quale il mutamento è stato realizzato in modo così profondo e radicale da venire in ultima analisi recepito come una variante nell’evoluzione umana, assumendo una connotazione biologica che muta palesemente la qualità dell’esistenza quotidiana. In Ferro Sette l’homo sapiens ha perduto facoltà primarie, che sono oggi scontate, ma non ne conserva alcuna memoria storica. Finché esse non si riaffacciano casualmente e prepotentemente in un solo uomo, che decide di svelare ad altri la verità di quanto è accaduto. Recuperare quelle facoltà significa riconquistare la propria umanità. Tutto ciò lo obbligherà a combattere contro i suoi stessi amici, diventando il leader di una rivolta. Non posso davvero anticipare di più…

Dopo il successo della collana Urania, qual è la secondo lei la chiave dell’affermazione del genere per il lettore mainstream?
Il genere si è rivelato spesso un veicolo di idee rivoluzionarie. Utilizzando i suoi schemi si possono raccontare storie che sono accessibili a tutti. Parlare del presente travestendolo da futuro. Ferro Sette in particolare ha interessato lettori non legati al genere, almeno quanto gli affezionati. Provare per credere. Penso che in sostanza si tratti di raccontare storie nelle quali chiunque, davvero chiunque, possa identificarsi in fretta e con passione. E poi c’è la questione del linguaggio usato. Deve essere semplice e privo di tecnicismi.

Perché per lei è importante questo libro, cosa vuole comunicare ai suoi lettori?
Penso che ogni essere umano abbia il diritto, e forse anche il dovere, di fermarsi, guardarsi allo specchio e chiedersi se davvero si riconosce nella persona che vede. Nel caso emerga qualche dubbio, la vita che ne scaturirà sarà comunque molto diversa da quella precedente, prendendo o meno decisioni consapevoli. In ciascuno di noi c’è il coraggio di cambiare. Per trovarlo, bisogna solo concedersi il lusso di cercarlo davvero. Il protagonista di Ferro Sette incarna esattamente un uomo che è stato costretto a guardarsi allo specchio. 

 


 

 

Il piede destro scivolò sulla roccia coperta di licheni, che la maggior parte dei mondi aveva dimenticato da millenni, e ruotando sul sinistro mi ritrovai con una metà del corpo libera nell’immensità. Sotto di me, un salto di duemila metri. Ondeggiando, ritrovai un appiglio per puro caso.
«Chi diavolo me lo ha fatto fare. Avrei potuto rifiutarmi. Dopotutto sono un veterano». Mi ero ripetuto il pensiero per l’intera durata dell’arrampicata.
La dorsale nord del massiccio di Hebron su Harris IV è una parete molto impegnativa, soprattutto se hai quarantatré anni e sei partito che hai già una gran voglia di tornare a casa. Ma c’era in gioco una quantità di soldi che non mi aveva permesso di esitare quando, tre giorni prima, il vecchio Kala mi aveva offerto quel «simpatico lavoretto».
Era proprio così che lo aveva chiamato. «Una cosa giusta per te, Tobruk. Fottutamente facile».
Mentiva, come al solito, e sapeva che lo sapevo, il che lo divertiva da morire.
Detestavo quell’uomo e la cinica disinvoltura con cui mandava la gente al macello. Aveva sempre usato quella tattica, sin dai tempi in cui era stato un capo-distretto della mafia di Boleda; possedeva un fiuto eccezionale per scovare le persone disposte a fare qualunque cosa gli occorresse. Individui che avevano un disperato bisogno di denaro per lasciare il pianeta, su cui erano stati banditi, o maledetti, oppure per comprarsi la conversione di una condanna a una morte lenta e dolorosa in un’esecuzione rapida e con tanto di sedativi.
Da quando era Governatore del sistema di Harris, il bastardo non aveva cambiato i suoi metodi. Anzi, con la copertura economica dell’Oikos li aveva persino affinati e avvolti in un manto di legalità.
Per fortuna, il tratto verticale era quasi finito. Notai che circa dieci metri sopra la mia testa la parete sembrava interrompersi e giudicai che in quel punto potesse esserci un’inclinazione, che mi avrebbe regalato un cambio di pendenza quanto mai provvidenziale. Era solo una possibilità, naturalmente, ma era più che abbastanza; estrassi la pistola, puntai in alto e sparai un grappino auto-sigillante.
Provai la tenuta del cavo, che era uscito per dodici dei venti metri in dotazione, e decisi che il grappino aveva arpionato una zolla non troppo friabile. La stanchezza non mi lasciava abbastanza lucidità per valutare alternative meno fortunate, e in ogni caso non avevo un’altra strategia per procedere oltre.
Harris IV non lascia mai molte possibilità di cavarsela indenni. Il sistema di cui fa parte è amministrato da una delle sue famiglie più potenti e sanguinarie, gli Harris, appunto, e il quarto pianeta è stato colonizzato da poco più di un secolo. Un pianeta appena terraformato è come un bambino capriccioso e malato: si agita continuamente, piange, sputa e tira calci. E se si incazza sul serio vomita all’improvviso. Lava e massi incandescenti, per lo più, o se non sei tanto fortunato, gas tossici spruzzati da geyser a duecento gradi.